Intrecci, #2

“COOO-NNN-SCIU-SSS-NESSS! Consciusnes! Cosa significa?”
La guardai, seduta sul pavimento, col viso ancora sporco di cioccolato, davanti al mio ultimo acquisto, il ditino ancora appoggiato sull’ultima S. Era un quadretto molto semplice, una stampa color sabbia, sottili linee intrecciate a formare una trama misteriosa sulla sfondo, e quella parola a caratteri morbidi, consciousness. L’avevo trovato su una bancarella, in uno di quei mercatini dove sai già che ti innamorerai di qualcosa; e lui infatti era lì, triste, a guardare la gente passargli davanti, aspettando la persona giusta, la persona consapevole. Ed ero passata io, e ne avevo avuto compassione, e l’avevo portato via con me, avvolto in un foglio di carta di giornale.
“Significa consapevole, tesoro”.
“Cosa significa consapevole?”
Mi scappò un sorriso. Era in quella meravigliosa età in cui si vuole sapere tutto; ed era una piccina molto sveglia, molto vivace, incapace di arrendersi di fronte a qualcosa che non poteva conoscere. Ma come spiegarle le mille sfumature della vita, a lei, per cui il mondo era tutto luce e gioco?
Mi guardai attorno, e presi una mela.
“Vedi questa? Io posso chiederti se la vuoi, se hai fame. Ma consapevole significa che tu ascolti il tuo pancino e capisci che tu hai fame, e vuoi questa bella mela rossa, senza che sia io a dirtelo. Quando ti ascolti, e capisci cosa vuoi, diventi consapevole della tua fame, e di te stessa. Capisci?”
Mi guardò, con l’espressione perplessa. Tolse il dito dal quadretto per sistemarsi un boccolo ribelle, poi si batté il ditino sulle labbra, pensierosa. Oh, da grande avrebbe fatto impazzire gli uomini, questo piccolo diavoletto…
“Quindi tu hai preso il quadretto perché hai fame? E non potevi prendere una mela? Il quadretto non si mangia!”
Aveva ragione, naturalmente; aveva la ragione dell’innocenza e della semplicità. Ma il mondo dei grandi ha dimenticato quella logica propria dei bambini: ha dimenticato come si dice direttamente ciò che si pensa, ha dimenticato come si fa a vivere sereni. In compenso, ha imparato come si creano problemi inesistenti, ha imparato a non ascoltarsi, a non volersi più capire, a non volere più ascoltare sé stessi, e di riflesso gli altri; ha imparato a guardare alla forma, e non alla sostanza, a giudicare l’esteriorità, e non ciò che è custodito dentro.
Ma tutto questo, a lei è sconosciuto. Per quanto io, ora, possa desiderare di perdere le mie forme di donna e ritornare bambina, ritornare a guardare il mondo con gli occhi della semplicità e della purezza… Non si può.
“Allora diciamo che l’ho preso perché mi piace quella parola. Consciusnesss… Sentila bene, consciussness. Non ha un suono meraviglioso, piccolina?”

30 pensieri su “Intrecci, #2

  1. Mi piaci mi piaci! Mi piace come scrivi, molto coinvolgente! Ho letto le prime due parti di Intrecci e devo dirti che i monologhi sono molto interessanti. Fin ora c’ho visto un pò di provocazione. Un voler far ragionare e aprire gli occhi. Curioso di andare avanti.
    Giuseppe, piacere di conoscerti😉

  2. E’ particolarmente bello, quanto, credo, difficile, parlare con gli occhi di un bambino… ed è per questo che ho sorriso leggendo la risposta a dir poco naturale che ha dato questa piccola. Così il tuo modo di scrivere, che scopro ancora profondamente intimistico e così ‘semplice’ sia nella lettura che nella meraviglia. Complimenti, è davvero un piacere leggerti.

  3. mi piace molto come scrivi,
    credo solo che forse non si può tornare bambini fisicamente, ma secondo me nella testa e nello spirito si, bisognerebbe cambiare la nostra idea per cui crescere vuol dire cambiare il modo di pensare, responsabilizzarsi e tante altre cose che fanno parte più della nostra società che del nostro essere…
    complimentissimi, continua così in modo che possa continuare a leggerti🙂

  4. Se c’è una cosa che rende davvero speciali i bambini è saper mettere da parte ogni consapevolezza inutile per non perdersi nessuno dei momenti che gli scorrono davanti. Non importa se un giorno tutti quei momenti andranno comunque persi lungo la strada tortuosa della vita: nel frattempo se li sono goduti per quello che sono durati, e non ci pensano.

  5. si, ha proprio un dannato bel suono, quella immensa parola lì. E come fare a spiegare alla piccola (che per forma mentis non potrebbe capirlo) che la Coscienza è un edificio che si costruisce durante tutta una vita, che è tensione, domande, testimonianza, testa sul muro e specchio e slancio e potremmo continuare all’infinito. Come fare a spiegarlo a un adulto, soprattutto.
    Ce l’hai la prosa nelle dita, giovane si sente ma ce l’hai si, continua, continua…
    un grosso grazie per il passaggio disinteressato, è così difficile avviare un blog oggi…:-)
    un sorriso

    gli Aereoplanini

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