Intrecci, #3

“Cosa guardi?”
Aveva trascinato una sedia sotto la finestra, e ci si era arrampicata sopra. Io ero entrato in cucina lentamente, con in mano un vecchio libro impolverato, uno di quei romanzi da leggere almeno tre volte nella vita, con maturità differenti. Da adolescente me n’ero innamorato: ora ero curioso di sapere cosa mi avrebbe trasmesso, come sarei riuscito ad adattarlo alla mia vita, alla mia maturità. Ci voleva solo una tazza di the, qualche biscotto e una poltrona comoda; ma trovare lì quel diavoletto dai riccioli biondi, per una volta calmo e silenzioso, davanti alla finestra, mi aveva enormemente stupito.
Lei si voltò a guardarmi, e indicò fuori dalla finestra col ditino. “Piove!”.
Mi avvicinai a lei. Sì, pioveva ininterrottamente da tre giorni ormai, rubandoci la possibilità di passare al parco le ultime giornate calde di settembre. Allungai una mano, e le scompigliai i capelli biondi. “Ti piace la pioggia?”.
Lei aggrottò la fronte, con un’espressione seria che sembrava quasi buffa, sul suo visino di bambina. “La pioggia mi fa pensare…”.
“A cosa stavi pensando?”.
Silenzio. Mi guardò, con gli occhi spalancati, la bocca semiaperta, indecisa se rispondermi o meno. Poi abbassò la testa, vergognosa.
“Mi manca Teo”.
Rimasi di ghiaccio.
“Mi manca Teo. Vorrei giocare con lui, era così bello averlo sempre con me. Era così dolce…”
La sua vocina si affievolì, mentre io non riuscivo più a trattenere la smorfia, a restare impassibile.
Teo, il gatto di mia sorella: una palla di pelo nera, con quelle candide zampette bianche e gli occhi scuri , enormi, sempre attenti, sempre spalancati, e quell’insana passione per i portafogli. Teo era stata la brillante idea del Natale passato: la bambina si sentiva sola, naturalmente, non aveva compagnia, non aveva  abbastanza amicizie, perché non provare con un animale domestico? E davanti alle nostre riserve sull’argomento, mia sorella aveva proposto di tenere con noi il suo gatto per un po’, e vedere come andava. Un successone: la bambina lo adorava, erano diventati inseparabili, dormivano anche assieme.
Finché, una fredda mattina di febbraio, l’adorato Teo non aveva accolto il mio ritorno a casa dal turno di notte scodinzolando allegramente, con un portafoglio da uomo tra i denti. Che, stavolta, non era il mio.
Il brillante risultato dell’esperimento era stata una bella vacanza al mare con la nonna, per la bambina, e il ritorno a casa, per l’adorato Teo. Oh, e l’angoscia di mia sorella quando andavamo a pranzo da lei: ancora oggi ha paura che io faccia del male al suo micino innocente, e per sicurezza me lo tiene lontano dai piedi.
“Possiamo chiedere alla zia se Teo può tornare da noi, per un po’?”.
Deglutii. Teo non aveva alcuna colpa, e io lo sapevo. Ma quel portafoglio non avrebbe dovuto essere lì; e una piccola parte di me avrebbe preferito non sapere, far finta di niente e continuare una vita falsa, ma perfetta. Non importava che l’avesse trovato il gatto, o chiunque altro: quel portafoglio non sarebbe mai dovuto entrare in casa mia; e la colpa… beh, era di tutti, ed era di nessuno. Avevo usato Teo come capo espiatorio, aveva trasferito su di lui la mia rabbia, la mia delusione, perché è più facile prendersela con un gatto che con la persona che amiamo.
Avevo passato lunghe notti a pensare, a chiedermi come sarebbe potuto andare, cosa sarebbe potuto succede, se solo l’avessi saputo in un altro modo, se solo non l’avessi saputo dal gatto. Avremmo potuto risolvere, avremmo potuto parlarne, avremmo potuto ascoltarci… o avremmo potuto chiudere la nostra storia. Avremmo potuto prendere coscienza della situazione, e trovare una soluzione assieme; invece avevamo trasformato la nostra casa, e le nostre vite, in un inferno.
Consciousness. Il quadretto mi guardava, appeso proprio lì, di fianco alla finestra, sotto l’orologio. Continuare a far finta che tutto andasse bene sarebbe stato assurdo; bisognava trovare la forza di reagire, di andare avanti, di trovare soluzioni, anche quando tutto sempre troppo complicato, troppo difficile.
“No, tesoro: Teo deve restare dalla zia. Quella è casa sua, non questa. E poi lo sai, che mamma è diventata allergica al pelo degli animali…”.
Palle. Avevamo riempito la bambina di palle, per nascondere il delirio che aveva sconvolto le nostre vite. Ma lei non aveva colpa, e non doveva averne: e io speravo ancora di poter risolvere tutto, in un modo o nell’altro. Prima dovevamo sciogliere il gomitolo in cui si erano incastrate le nostre vite; e poi, un giorno, lei avrebbe capito. Perché, in fondo, l’amore è e deve essere più grande di uno scivolone…
Il suo dolce visino si intristì, e io morivo a vederla così. Fuori stava smettendo di piovere, e io posai il libro sul tavolo. Prima la vita, e poi le favole dei libri…
“E se andiamo a prendere un gelato?”
Un sorriso smagliante. “Al cioccolato?”

18 pensieri su “Intrecci, #3

  1. Ai, come li capisco, sia il bipede che la storia del quadrupede felino. Bello (a parte qualche errore, un fenomeno comunque decisamente sopravvalutato): si fa capire, parla da solo e con chiarezza.

  2. Procedo a passi leggeri e calmi la mia lettura, e trovo davvero interessante il tessuto che stai dipingendo, i colori che usi, il tocco di pennello leggero ed incisivo che allude senza dire. Bello, davvero. Complimenti.

  3. Leggendoti, mi figuravo la scena come in una ripresa cinematografica, il dialogo…lo sguardo della bimba. Come avrei reso io con una cinepresa le emozioni che trasudano..
    Posso chiederti se questo “tranche de vie” un pò ti appartiene o è una domanda birichina?

    • Beh, non ho l’età per essere uno dei genitori, e non ho mai vissuto questa situazione precisa da bambina, ma intessuti nella storia ci sono tanti piccoli pezzetti, eventi, esperienze, riflessioni, appartenenti spesso a un contesto completamente diverso, ma che hanno trovato un posticino anche qui..😉

  4. Bel post, ottimo il disvelamento in progressione che incuriosisce e cattura pian piano; un movimento a spirale che dall’esterno porta al centro con narrazione sicura. Complimenti 🙂

  5. Ciao. Sono passato a ringrazaire per il like, poi ho letto “intreccio #3” e mi è piaciuto molto. L’ho letto senza i primi due (sono andato a leggerli dopo) ed è molto bello anche da solo. Anzi forse anche di più🙂
    ciao complimenti

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