Intrecci, #4

…il racconto comincia da qui

Mi svegliai di soprassalto quando qualcuno sbatté una porta, da qualche parte nel palazzo. Mi sollevai mugugnando: mi ero addormentata sul divano, complice la luce soffusa del salotto e il cd di musica classica in sottofondo. Mi stiracchiai un po’, e allungai la mano per spegnere lo stereo.
Fuori pioveva ancora, con forza. Non mi era mai piaciuta, la pioggia, ma era successa una cosa, circa un anno prima. La maestra dell’asilo aveva raccontato alla bambina che quando piove, è perché ci sono degli dei nel cielo, creature magnifiche e onnipotenti, e quando litigano l’acqua si spaventa e fugge via, cade sulla terra. La bambina era tornata a casa perplessa e ce l’aveva raccontato a cena. Io non avevo potuto fare a meno di scoppiare a ridere; ma suo padre no. Lui era esterrefatto, a dir poco; era livido, con gli occhi sbarrati, la bocca contratta. Sentendo la mia risata, mi aveva zittito con un’occhiataccia; poi aveva ripreso il controllo e con molta calma aveva spiegato alla bambina che era una stupidaggine, che la maestra le aveva raccontato solo una favola. Inutile dire che alle otto del mattino dopo stava urlando nell’ufficio della preside, e che la bambina non aveva più rimesso piede in quella scuola.
Ma non l’avevo mai visto così arrabbiato – con me. Era furioso con la maestra, certo, sconcertato dalle stupidaggini che aveva raccontato; ma era deluso da me, e dalla mia risata. Non c’era niente di cui ridere, non era una cosa comica, era tragico semmai. Quella notte, messa a letto la bambina, mi disse che ero solo una ragazzina viziata e sciocca, senza idee, senza carattere, senza obbiettivi, e che tutto quello che ero capace di fare era questo – ridere.
Aveva ragione, in fondo, e lo sapevo: io non ero come lui. Io nn avevo la sua rigidità, la sua sicurezza, il suo controllo. Ero piccola, imperfetta, insicura, sensibile, istintiva; e non volevo essere diversa, neanche per lui. Ed era giusto così: la bellezza di ogni persona sta nella sua diversità, nella sua unicità. Io volevo essere semplicemente me stessa, e lui non l’apprezzava: lui voleva qualcuno che io non ero.
E quella notte, per la prima volta dopo vari anni, mi ero chiesta perché fossimo assieme, perché vivesse con me, se quello che voleva non ero io. Mi sentivo rifiutata, umiliata, respinta; e una vocina dentro di me sussurrò la mia condanna, “te la farò pagare”.
Mi alzai, e il piede urtò contro qualcosa, per terra. Era il libro che stavo leggendo prima di addormentarmi; l’avevo trovato sul tavolo della cucina quando ero tornata a casa, dimenticato. Aveva qualche decina d’anni, ma era stato tenuto al sicuro. Era uno dei suoi libri preferiti, ma non sapevo che in casa ci fosse un’edizione così vecchia, probabilmente proprio quell’edizione che l’aveva fatto innamorare per la prima volta di quelle parole.
E stupidamente mi chiesi se lui avesse mai odiato anche loro, anche i suoi personaggi preferiti, i suoi idoli, i suoi esempi di vita. Era un libro meraviglioso, certo, un libro profondo e vasto: ma nessuno era perfetto, neanche in quelle pagine. E allora perché avrei dovuto esserlo io?
Appoggiai il libro su un tavolino, e andai in bagno. Oh, dov’era finita quella ragazza solare e piena di vita che faceva venire il buonumore solo a guardarla? Anni fa, ero nota per essere sempre piena di stupore, di meraviglia per il mondo, così pura e semplice da far quasi paura. Ma dallo specchio, ora, mi rispondeva solo il fantasma di ciò che ero stata: una donna stanca, sciupata, i capelli raccolti, il trucco sbavato, la pelle pallida. E non c’era nessuno da incolpare, tranne me, che avevo firmato la mia condanna, il lasciapassare per il mio personalissimo inferno.
Lentamente, spensi la luce del bagno, attraversai il corridoio, in ascolto. La bambina dormiva, serena e calma; vinsi contro il desiderio di infilarmi a dormire nel suo lettuccio, e andai oltre, verso la mia camera. Mi svestii e mi infilai tra le coperte disfatte.

Fuori pioveva forte, e io ero sola…

29 pensieri su “Intrecci, #4

  1. Spero di ricordare la puntata precedente e, così facendo, di incasellare questa nel fitto della trame dei tuoi intrecci.
    La fragilità dà il senso del nostro essere uomini; ma il papà della bimba fatica ad accettarlo.
    Quanto tra incenso e sacrifici abbiamo impiegato per favorire la perfezione…un inutile sforzo.

  2. Grande emozione nel seguire la trama di queste scene di vita,in cui si alternano sentimenti e sensazioni che scorrono come l’acqua che scende fuori nel proprio cuore!.
    Complimenti davvero!!!🙂
    Un caro saluto
    Claudio

  3. Cavolo, interessante prospettiva della ragazza vista come “oca di turno”., che poi, in questo caso, tanto oca non è. Ho passato tutta la lettura a pensare “scappa!” attendo la prossima parte, ciao!

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