Intrecci, #5

…il racconto comincia daqui

Di solito non tornavo mai a casa prima delle sette e mezza. Non avevamo un accordo vero e proprio, io e lei, ma semplicemente preferivo evitare di vederla, di dover scambiare quelle due frasi di circostanza in quel delicatissimo momento in cui lei era ancora troppo assonnata, e io volevo solo infilarmi a letto.
Mi dispiaceva per la bambina, perché così non riuscivo più ad accompagnarla a scuola tutte le mattine; ma l’unico compromesso che riuscivo ad accettare era mandare un messaggino, una o due volte alla settimana:
“Sono tornato prima, sono a far colazione al bar. Porto io la bambina a scuola se vuoi, la aspetto fuori dal portone. Buona giornata…”
Lei me lo lasciava fare, perché in fondo, quello che contava davvero, ormai, era vedere la piccola felice. Così, io finivo il caffè guardando fuori dalla vetrina, aspettando di vederla comparire sul terrazzino del pianerottolo; pagavo, uscivo, attraversavo la strada, aprivo il portone e prendevo per mano la bambina, offrendole l’ultimo pezzo del mio cornetto mentre lei faceva ciao alla mamma, che tornava dentro a prepararsi.
Quella notte, però, era stata un inferno; io ero stanchissimo, e quando un amico si offrì di finire il turno al posto mio, non ebbi la forza di rifiutare. Eravamo gente strana, là dentro, ognuno con le sue storie: chi lo faceva per scappare da casa, chi per combattere l’insonnia, chi per passione, chi per passare il tempo. Mi trovavo bene, benissimo, perché mi consentiva di fuggire dal mio personalissimo inferno espiando le mie colpe, aiutando chi aveva bisogno. Non importavano i fantasmi del tuo passato, le tue colpe o i tuoi drammi: lì eravamo tutti uguali, tutti assieme, per cercare di salvare vite umane di sconosciuti.
Poco prima delle sei ero davanti al bar sotto casa, ancora chiuso. Non potevo restare lì fuori per quasi due ore: così, mi feci forza, e salii in casa, giocando con le chiavi per distendere la tensione. Era tutto così silenzioso, calmo, a quell’ora del mattino. Sistemai un cuscino lasciato sul pavimento del salotto, controllai velocemente la posta, poi socchiusi la porta della camera della bambina: dormiva serena, abbracciata al suo orsacchiotto.
Lei si rigirò nel letto, mormorando. Andai sulla soglia della nostra camera, e rimasi a osservarla: non si era svegliata, forse aveva solo sentito il rumore dei miei passi – o forse era uno dei suoi soliti sogni. Aveva sempre avuto l’abitudine di mormorare nel sonno, e in giorni migliori mi piaceva ascoltare i suoi farfugliamenti senza senso, senza filo e senza logica. Spesso faceva il mio nome, o quello della bambina. Ma ora… Chissà cosa stava sognando, chissà a chi stava parlando, chissà…
Era sempre bellissima. Dimagrita, un po’ sciupata, con il mascara sbavato sulla guancia chiara, vestita solo di una canottiera grigia e un paio di shorts bianchi, avvinghiata al lenzuolo blu scuro. Era sempre bellissima, di quella bellezza spontanea e naturale che ammalia e ti lascia senza parole. Quando l’avevo conosciuta, al liceo, lei era la più bella della sua classe, e aveva sempre attorno i più grandi, i più forti, i più interessanti; e io ero solo il povero sfigato che la guardava da lontano. Le cose erano cambiate in una fredda notte di marzo, parecchi anni dopo… ma questa è un’altra storia.
Non mi ero innamorato di lei per la sua bellezza, ma certo non me ne dispiaceva. Lei, con tutte le sue insicurezze, con tutta la sua ingenuità, con tutte le sue paure, era lì, sdraiata nel mio, nel nostro letto, inconsapevole del suo valore. Tante volte mi ero arrabbiato con lei, tante volte avevo cercato di farle vedere quanto era speciale, tante volte avevo cercato di darle un po’ di autostima: c’ero riuscito, in parte. Finché non era arrivato uno stupido litigio a rovinare tutto, e lei si era spezzata sotto il peso delle mie parole, troppo forti, troppo feroci. Non pensavo quello che le avevo detto, ma ero stato troppo orgoglioso per chiederle scusa.
Lei aveva cercato di scappare da me, e io lo capivo benissimo: ma avrei dato volentieri un mio braccio per uscire da quell’inferno, per poter ricostruire il rapporto che c’era prima con lei, con la donna che amavo…
Non ero più entrato in quel letto con lei, da quando le cose erano precipitate, da febbraio: ma mi mancava, tantissimo, sentire il suo calore, dormire cullato dal suo respiro, svegliarmi e trovarla accanto a me. Dovevamo trovare una soluzione…
Lei si rigirò nel sonno, come se fosse spaventata; mosse le gambe, costringendo il lenzuolo a seguire i suoi movimenti. Era inquieta, forse era un incubo.
Mormorò il mio nome.
Una sola parola, detta con dolcezza, detta come se fosse la sua ultima speranza prima di affogare. Chissà cosa stavo facendo, nel suo sogno: chissà se stavo correndo a salvarla, o se ero lontano, chissà dove, chissà con chi…
Tolsi le scarpe senza fare rumore, e mi stesi sul letto, con il cuore che batteva a mille. Avrei solo voluto abbracciarla, svegliarla, e dirle che andava tutto bene, e finalmente fare pace, e finalmente sistemare tutto. Ma…
Allungai una mano, e l’appoggiai sopra alla sua, abbandonata sul cuscino; e lentamente scivolai nel sonno guardandola dormire, guardandola respirare, guardandola vivere…

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