Intrecci, #7

…il racconto comincia da qui

La macchina percorreva i viali della mia città, uno dopo l’altro: non c’era in giro quasi nessuno, a quell’ora di notte. Ero seduto accanto al guidatore, un ragazzo della mia età che conoscevo bene; aveva messo nello stereo un cd di Bach. Diceva che ascoltare musica classica lo aiutava a sciogliere la tensione, a calmare i nervi, a smaltire l’adrenalina accumulata.
Era stato un intervento difficile, un brutto incidente che aveva coinvolto una macchina e due moto, ragazzi giovani, mentre andavano a una festa. Avevamo fatto il possibile, noi due sull’auto medica, altri colleghi sull’ambulanza; ma spesso, il possibile non è abbastanza. Non c’erano molte speranze; avevamo lasciato i destini di quei ragazzi in mani migliori delle nostre, e non spettava più a noi preoccuparcene, ora…
Guardavo distrattamente gli alberi sfilare, uno dopo l’altro, su questi grandi viali, mentre il mio amico tamburellava sul volante a ritmo dei violini. È buffo, questo destino; è freddo, cieco, triste, implacabile. Un secondo prima ci illude, ci mostra una bolla di luminosa perfezione – e un secondo dopo, ridendo, fa scoppiare quella sottile pellicola che divide felicità e disperazione, luce e ombra, bianco e nero.
Chissà cosa si prova, a vedere la morte in faccia: chissà cosa ci passa per la testa, in quell’istante. Da piccolo, il mio zio preferito mi diceva sempre di fare la pace sempre, subito, coi miei amici o i miei genitori, perché può sempre succedere qualcosa tale da distruggere tutto, da sconvolgere gli equilibri; e bisogna essere pronti, sempre e comunque, ai momenti peggiori, alle più sfortunate coincidenze immaginabili. Lui, poi, era morto d’infarto, all’improvviso, in un sereno pomeriggio di marzo, in una giornata splendida; e lo ricorderò sempre così, serenamente addormentato nella poltrona del suo salotto, in pace col mondo intero, mentre io, bambino, venivo a chiedergli scusa per aver rotto uno dei vasi dei suoi fiori, in giardino, giocando a pallone.
Crescendo, avevo conservato il ricordo di lui, della persona serena e equilibrata che mi aveva fatto da zio e padre, fratello e amico; ma avevo smesso di voler vivere così, secondo il suo modello. Mi ero lasciato trascinare dalla rabbia, del rancore, dall’orgoglio; e il risultato era…uno schifo.
Se solo avessi seguito gli insegnamenti di mio zio, se solo avessi cercato di chiarire subito le cose con lei
Ma non ce l’avevo fatta, avevo scelto la vigliaccheria. Quando avevo trovato il portafoglio dell’amante di mia moglie in casa mia, quando lei mi aveva urlato addosso tutto il suo disprezzo per la mia vita, tutta la sua insoddisfazione per il nostro rapporto, tutto quello che non mi aveva mai voluto dire prima… io ero rimasto in silenzio. L’avevo ascoltata, l’avevo lasciata sfogare; ma erano passati lunghi mesi prima che io riuscissi a capirla, lunghi mesi di notti insonni e giornate tormentate, lunghe chiacchierate con mia sorella e devastanti sbronze con gli amici migliori. E anche adesso, che avevo capito i miei sbagli, che avevo riavvolto mentalmente la nostra storia, trovando tutti i punti di buio, tutti gli sbagli – miei e suoi; anche adesso, non riuscivo a chiederle scusa. Vedevo la sofferenza, vedevo il flebile sospiro tra vita e more ogni notte, e pensavo che prima o poi sarebbe finita anche per me: eppure non riuscivo a schiarire il mio inferno personale…

La macchina parcheggiò, e io mi riscossi. L’amico al mio fianco mi guardò, ma non disse nulla; forse pensava che ero solo scosso per l’incidente.
Scendemmo, ed entrammo nel vecchio, rassicurante edificio rosa. I ragazzi dell’ambulanza erano arrivati pochi minuti prima, e stavano chiacchierando con chi era rimasto di guardia in sede. C’era quella falsa allegria, nell’aria, un misto di soddisfazione per il lavoro svolto e rammarico per ciò che non si era riusciti a fare…
Una delle ragazze più giovani, appena entrate nel gruppo, mi si avvicinò con un mezzo sorriso.
“Senti, ti è squillato il telefono proprio adesso, però non ho risposto…”.
Merda, mi ero scordato di richiamare mia sorella. “Non preoccuparti, grazie mille”.
La ragazza sorrise e si allontanò. Io mi feci largo ed entrai nell’altra sala, scambiando saluti e battute, cercando il cellulare lasciato su una mensola. No, la chiamata non era di mia sorella: lessi il messaggio e risposi subito.
Te l’avevo detto… Arrivo.
Tornai indietro, e cercai il nostro coordinatore, il più anziano del gruppo. Aveva scelto da qualche anno di non salire più sulle ambulanze, dichiarando che ormai sarebbe stato più d’intralcio che d’aiuto; ma ci aiutava spontaneamente nell’amministrazione e nel coordinamento del servizio. Il volontariato ce l’aveva nel sangue, non avrebbe saputo allontanarsi da quel mondo. E poi, era il padre di tutti: conosceva i nostri problemi nei dettagli, e dispensava consigli e soluzioni a chiunque – spesso anche a me…
“Ho un problema…”.
Lui si voltò, scrutandomi in volto.
“Devo tornare a casa, dalla bambina…”.
Sorrise, capendo. “Vai. Tanto stasera c’è tanta gente, non è un problema. Vai a casa…”.
Ringraziai, corsi velocemente a cambiarmi, salutai di fretta e corsi fuori. C’era sciopero dei mezzi pubblici, così corsi alla vicina stazione ferroviaria, dove fortunatamente c’era qualche taxi in attesa. Salii di fretta sul primo; l’autista era al telefono, e non potei non sentire qualche parola della sua conversazione.
“No, no tesoro, non preoccuparti, troveremo una soluzione… Devo lasciarti, ho un cliente… Sì, sì…”
Riattaccò e si voltò verso di me. La sua voce era rotta, gli occhi stanchi, il volto magro, tirato. “Mi scusi…”
Gli sorrisi. Era come me: un uomo immerso in una vita di problemi.  “Non si preoccupi”. Gli diedi l’indirizzo, e lui partì. Presi il mio cellulare, e rilessi il messaggio di mia moglie. Mi pentii di averle risposto così male: non se lo meritava. Maledissi per l’ennesima volta il mio carattere diretto e impulsivo, e desiderai solo di essere a casa, per quella serata in famiglia, a coccolare la piccola vicino a mia moglie. Quando il taxi si fermò a un semaforo, il mio sguardo si fissò su un negozio di abbigliamento femminile; e pensai che era da tanto, troppo tempo che non vedevo lei con un vestito, truccata e pettinata per una bella serata, viva, bella e felice. L’abito in vetrina mi piaceva molto, e il colore era perfetto per la sua pelle. Domani, pensai, domani glielo regalo…
Il semaforo tornò verde; e mentre ancora guardavo il vestito blu scuro, ai margini del mio campo visivo vidi due fari che correvano, troppo veloci, nella direzione sbagliata.
Fu un secondo; e io vidi solo luce…

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19 pensieri su “Intrecci, #7

  1. Quella sottile pellicola che divide felicità e disperazione, luce e ombra, bianco e nero…a volte è quasi impercettibile.
    Ora siamo qui sospesi, in attesa che passi quel secondo che sembra un’eternità…belli i tuoi intrecci Simona, brava!

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