Intrecci, #8

…il racconto comincia da qui

Qualcosa cadde per terra, da qualche parte nell’immenso ospedale dalle pareti verde chiaro, e io mi svegliai di soprassalto, senza fiato. Il corridoio era illuminato, ma deserto; la bambina era sdraiata su una fila di poltroncine, con la testa appoggiata sulle mie gambe. Ricordavo di avere guardato l’orologio alle 2.17, ma non sapevo quanto ancora ero rimasta sveglia, cosciente. Ora erano le 4.53, e il mio collo si stava lamentando della posizione scomoda e del sonno scomposto e agitato.
Chissenefrega!
Dopo aver letto il suo messaggio di risposta – così freddo e conciso, ma almeno lui stava tornando a casa -, io e la bambina avevamo scelto le pizze, divertendoci a pensare agli ingredienti più strani; l’avevo fatta ridere, un pochino. Avevamo chiamato per prenotare, e avevamo cercato di decidere il film per il dopocena. Poi la chiamata dell’ospedale, e via, l’interminabile viaggio in macchina, l’estenuante attesa su quelle poltroncine blu, mentre i medici entravano e uscivano, dicendo che non c’erano novità, dicendo di aspettare, dicendo di non andare nel panico.
Da qualche parte, là fuori, un pizzaiolo e un fattorino, probabilmente, stavano maledicendo l’ennesimo scherzo di qualche compagnia di adolescenti, l’ennesima ragazzata che gli aveva fatto perdere tempo e qualche euro…
Un’infermiera mi aveva detto che le persone coinvolte erano tre: un ragazzo, ubriaco, al volante di una macchina sportiva, e un tassista, con mio marito a bordo. La moglie del tassista era arrivata verso le dieci, e poco dopo una dottoressa dall’aria stravolta ma soddisfatta aveva detto che l’uomo era fuori pericolo, e lo stavano spostando in un altro reparto. La donna era scoppiata a piangere dal sollievo; poi mi aveva guardato, forse sentendosi un po’ in colpa, mi aveva abbracciato e mi aveva lasciato il suo numero di cellulare. “Chiamami, se vuoi; tanto io sto qui tutta notte, e tra un po’ torno a vedere come stai…”.
Era tornata davvero, mentre dormivo, perché la bambina era avvolta nel suo cappotto chiaro. Lei aveva lasciato i tre figli dalla nonna, e forse avrei dovuto lasciare anch’io la piccola a casa…
Avevo sbagliato tante cose, e me ne rendevo conto solo ora. Ora, che rischiavo di perdere l’uomo che mi aveva giurato amore eterno, ora capivo che avevo scaricato su di lui le mie paure, le mie insicurezze, le mie debolezze. Volevo essere una madre perfetta, e avevo dato a lui la colpa di tante piccole cose; cose che lui faceva, semplicemente, perché anche lui voleva essere un padre perfetto, ma in modo diverso dal mio.
Ora, ora che era troppo tardi, avrei solo voluto tornare indietro, e rivedere tutta la nostra storia con il senno di poi, solo per potermi rendere conto di quanto ero stata stupida.
Il tradimento era stato l’apice. Lui mi aveva detto, in un attimo di rabbia, che riteneva il mio comportamento infantile; e io, per dimostrargli che aveva ragione, prima gli avevo tenuto il muso, poi avevo iniziato ad andare a letto con un altro uomo. Volevo attenzioni, volevo complimenti, volevo qualcuno senza complicazioni, senza progetti, senza obblighi, senza qualcosa da costruire: l’avevo trovato, certo. Volevo tutto ciò che lui, uomo, padre, marito, lavoratore, non poteva darmi; lui, con me, voleva costruire un futuro, un progetto, qualcosa di vero, qualcosa che aveva bisogno del mio coinvolgimento, della mia collaborazione. E io, donna, madre, moglie e lavoratrice, volevo solo giocare.
Ero una bambina viziata. Quando, al liceo, parlavo con le mie amiche più intime dei nostri problemi sentimentali, la conclusione era sempre la stessa: noi, “donne”, eravamo superiori, più mature, più responsabili – e loro, i ragazzi, erano solo stupidi, infantili e arroganti. Eravamo bambine viziate e ottuse già a quei tempi, incapaci di vedere al di là del nostro naso, incapaci di vedere le cose da un punto di vista diverso dal nostro, incapaci di comprendere le sfumature di un’anima diversa dalla nostra.
Con lui era stato diverso. Lo conoscevo di vista, ai tempi del liceo; era solo uno dei tanti ragazzi che mi guardavano sperando che io mi lasciassi scappare un sorriso. Quando avevo scelto l’università, non ero cambiata: ero sempre la reginetta della compagnia, attorniata dai ragazzi più belli, e più ricchi. Ma ricchezza e bellezza non sempre portano sicurezze: in una fredda notte di marzo, uno di quei bravi figli di papà, uno di quelli che mi girava attorno, dopo aver bevuto più del dovuto, cercò di farmi del male, in un vicolo. Lui passava di là, per puro caso; e senza neanche sapere che ero io, venne a salvarmi, prendendo a pugni un ragazzo alto venti centimetri più di lui, solo per difendere una fanciulla. Rimasti soli, mi aveva riconosciuto, e mi aveva riaccompagnato a casa, estremamente gentile e cortese. Mi aveva lasciato il suo numero, se avessi voluto parlare con qualcuno dell’accaduto; avevo resistito per due giorni, poi avevo ceduto al fascino dell’eroico salvatore e, per la prima volta in vita mia, avevo chiamato un ragazzo per invitarlo a uscire. Si vedeva che gli piacevo, ma lui non fece nulla di sconveniente; iniziammo a conoscerci, a uscire, a frequentarci da soli e con amici, a passare lunghe ore al telefono, a scambiarci sogni e progetti. Lui era fantastico, da ogni punto di vista. Grazie alla sua influenza, senza rendersene conto, mi allontanò da quel mondo vuoto e vano delle mie compagne di corso, tutte smalti vestiti e lusso; e pian piano imparai a guardare il mondo in modo diverso, all’inizio attraverso i suoi occhi, poi sviluppando il mio personale senso critico.
Mi faceva impazzire, perché era interessato alla mia anima, non al mio corpo. C’era un’attrazione innegabile tra di noi, eppure ci trattenevamo, aspettando, pregustando quell’istante perfetto in cui avremmo avuto consapevolezza e certezza. Dopo quattro mesi da quella fredda notte di marzo, lo portai, a sorpresa, al mare, che lui amava tanto; e lì, seduti su un muretto, davanti a un tramonto mozzafiato, lui avvolse una ciocca dei miei capelli attorno a un dito, e poi, semplicemente, spontaneamente, i nostri sguardi si incrociarono, e cedemmo, lasciandoci andare in un bacio dolcissimo, lunghissimo.
Era stato tutto così perfetto, così meraviglioso, così spontaneo, che era ridicolo pensare a come ci eravamo ridotti. Ed era stata tutta colpa di un mio capriccio…

Sul tavolino accanto a me c’era ancora un bicchiere di vino bianco a metà, che mi ero fatta portare qualche ora prima; portai il calice alla bocca, bevendo lentamente, ogni goccia come se fosse l’ultima della mia vita. Si era scaldato un po’, naturalmente, ma era ancora buono. Era il mio preferito; era lo stesso vino che bevemmo la sera in cui lui m’invitò a cena a casa sua, e mi chiese di sposarlo…
Sollevai con delicatezza la testa della bambina, e mi alzai dalla poltroncina. Mi sgranchii, poi mi avvicinai alla stanza dove, prima che mi addormentassi, stava lui, mio marito.
Era vuota.
Mi sentii mancare. Chiusi gli occhi, mi aggrappai al muro, cercando di resistere, di non lasciarmi andare, di non cadere nel panico, nel vuoto…
“Non si preoccupi”.
Sussultai: non avevo sentito avvicinarsi la dottoressa. Sorrideva; lo stesso sorriso soddisfatto che le avevo visto regalare alla moglie del tassista. La guardai, interrogativa, incapace di sperare…
“Sta bene, è fuori pericolo: lo abbiamo trasferito al piano di sotto, sta dormendo…”.
Mi sfuggì un gridolino, e d’istinto, senza riflettere, la abbracciai. Lei ridacchio, mi strinse a sua volta, mentre io le bagnavo il camice con le mie lacrime di sollievo; poi imbarazzata, mi staccai e balbettai qualche scusa sconnessa.
Lei, semplicemente, sorrise ancora di più, e mi disse il numero di una stanza.
Io mi voltai, e mi misi a correre verso le scale…

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36 pensieri su “Intrecci, #8

  1. La prima cosa: grazie. Da parte mia e della mia co-blogger (si dice così?), per aver apprezzato i ns post. É stato un bellissimo regalo.
    La seconda: grazie. Perché il tuo blog é splendido (x come scrivi e x ciò che scrivi). Anche questo lo definirei, un tuo regalo.
    Allora…grazie …non mi viene in mente altro che questo.

  2. Cara Simona sto scoprensolo piano piano… ma è davvero sorprendente la carica emotiva che ci metti… vado avanti piano piano…un gran bell’incontro!!!!🙂

  3. Sei Bravissima! Per me è diventata una specie di film a puntate che sto facendo seguire dal tuo blog anche ai mie lettori. alla prossima puntata

  4. Solo quando si perde o si sta per perdere qualcosa ci si accorge quanto teniamo a questa e quante occasioni ci siamo fatti scappare per dimostrarlo… Bellissimo pezzo, complimenti.

  5. Mi piace molto il modo in cui scrivi… Non so, le tue parole danno un senso di leggerezza, la tipica lettura che io definisco “da fine giornata”, da “relax”. Me piace, complimenti, continua così… potresti avere un futuro, credici fino in fondo!

    • Sono le letture che preferisco: profonde come contenuti, ma scritte in modo leggero, scorrevole, piacevole.. E in fondo, tutti scriviamo nello stile che vorremmo leggere😉
      Grazie per la visita e l’apprezzamento😀

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