Intrecci, #9

…il racconto comincia da qui

C’era qualcosa che pulsava forte, nella mia testa; come uno spillo, come un pungiglione. Era fastidioso, continuo; m’impediva di dormire, che era l’unica cosa che volevo fare….
Lentamente, la mia coscienza cercò di tornare a galla; la vedevo arrampicarsi dagli abissi della mia anima su, ancora più su, all’interno della mia testa, lottando per riportarmi alla luce, per riportarmi alla vita. Dovevo farcela, dovevo svegliarmi, dovevo…
Ma cos’era successo?
Non ricordavo granché delle ultime ore. Pian piano la mia memoria mi mostrò un vestito blu su un manichino; poi luce, tanta luce, e poi tanto buio. Poco altro… Mi ero già svegliato, qualche tempo prima (ore? giorni? chissà…), ma non ricordavo cosa avevo fatto.
Però c’era lei… o no?
Non me lo ricordavo con sicurezza, e dovevo saperlo assolutamente. Era importante. Io avevo capito cosa volevo, io avevo capito che avevo sbagliato: ma lei? Lei mi voleva ancora? Lei mi avrebbe perdonato? Lei voleva ricominciare?
Pensieri confusi mi attraversavano la testa. Mi feci forza e strinsi un pugno, aggrappandomi alle lenzuola del letto. Lottai contro gli spilli fastidiosi nella mia testa, e cercai di aprire gli occhi…
Ero in una stanza chiara, bene illuminata; dalla luce sembrava tarda mattinata. Misi lentamente a fuoco gli oggetti: qualche sedia, un tavolino, una finestra, niente di particolare. Una stanza d’ospedale, una come tante altre che avevo visto…
Lottai contro il senso di nausea e cercai di girare la testa. Dall’altra parte c’era un armadio, uno specchio, un quadro di un paesaggio marino appeso al muro, e due porte. Una era l’uscita, probabilmente, e una il bagno; ma come riconoscerle? E come uscire? E dove andare, soprattutto? Con quel dolore fastidioso in testa, e quello scomodo peso sulla mano sinistra…
Abbassai lo sguardo, e c’era lei.
Stava dormendo, ovviamente; non era mai riuscita a fare le ore piccole, non aveva mai imparato a reggere la stanchezza. Si era addormentata seduta su una sedia, con la testa appoggiata su un braccio, a sua volta appoggiato sul mio letto; e l’altra mano appoggiata sulla mia.
Lei era lì, con me, e non mi importava altro.
Non importava il tradimento, non importavano i lunghi mesi passati a litigare, non importava nulla. Lei era lì, e per nulla al mondo l’avrei persa di nuovo. Era tutto ciò che volevo, tutto ciò che mi mancava, tutto ciò che mi completava, e bastava così poco per risolvere le cose tra noi. Bastava mettere da parte l’orgoglio e ammette i miei sbagli, bastava ricominciare…
E improvvisamente, mi sentii in pace con il mondo, e mi misi a ridere piano, e restai lì, incantato, in bilico sul filo dell’incoscienza, a guardare la donna che amavo…

Passò un’ora, credo, poi entrò un’infermiera, che mi vide sveglio e ruppe la magia. Gridò qualcosa a un dottore nel corridoio, e lei si svegliò. Aprì gli occhi, un po’ sconvolta, un po’ confusa, come sempre quando si era appena svegliata. Si guardò attorno, poi ricordò, e si alzò di scatto guardandomi.
E se invece lei mi avesse rifiutato?
Abbozzai un sorriso. “Ehi, buongiorno…”
Lei non rispose; rimase a guardarmi a bocca aperta. Non riuscivo a leggere nei suoi occhi sbarrati; non riuscivo a capire se era stupita, felice, sconvolta, arrabbiata… Lei boccheggiò, come un pesce fuor d’acqua, incapace di trovare le parole giuste.
Dietro di lei, vidi il dottore entrare nella stanza, chiamato dalle grida dell’infermiera. Lo conoscevo; avevo lavorato alcune volte con lui, sulle ambulanze. Lui mi guardò, un po’ preoccupato; vide che stavo bene, mi fece l’occhiolino, e restò in disparte, in fondo alla stanza, appoggiato al muro, a guardare la scena.
Alla fine lei si decise: scoppiò in un pianto nervoso e ricadde sulla sedia, coprendosi il volto con le mani.  In quel momento ebbi davvero paura: non l’avevo mai vista così…
“Ehi, piccola…”.
Allungai una mano verso di lei, cercando di vedere il suo volto. Lei lasciò che le scostassi le mani, e mi guardò negli occhi. Mi fissò, per qualche secondo, riprendendo fiato, mentre lacrime calde le rigavano il dolce viso, la pelle chiara. Poi disse solo due parole, con la voce rotta dal pianto, dalla tensione, dalla stanchezza, e dalla paura…
“Mi dispiace…”.
E io, semplicemente, le sorrisi.
“E io ti amo…”.
E finalmente mi sorrise anche lei; e dopo quei lunghi mesi di buio, di silenzi e di incomprensioni, dopo aver vagato sull’orlo della rottura, incapaci di comprenderci, incapaci di sopportarci, dopo aver attraversato a testa alta il nostro personalissimo inferno; dopo tutto questo, lei mi prese il viso tra le mani, e si avvicinò a me, sempre di più, così vicina che avrei potuto contare le sua ciglia. E mentre il suo polso accelerava i battiti, chiudemmo lentamente gli occhi per un lungo, dolce bacio…

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26 pensieri su “Intrecci, #9

  1. Sono arrivato alla fine? però l’ho letto tutto dall’inizio, mi è piaciuto, secondo me è diventato molto fluido post dopo post, mi piace la tua scelta di scrivere racconti così, sto da un pò di tempo pensando di scrivere un libro, ma sono tentato di farlo così. Sarà ora che mi decido, ma evidentemente non è ancora il mio tempo. Mi piace come scrivi e ho visto che ti seguono in tanti, bè complimenti, forse ci risentiremo o ci rileggeremo, ciao

    • Non è ancora la fine: manca l’ultimo capitolo…😉
      A ogni modo, sono contenta che ti sia piaciuto: scrivere così, “a puntate”, ti dà la libertà di scegliere quando scrivere; e pian piano ricevi meravigliosi feedback da chi ti legge… Un libro, però, è tutto un altro orgoglio!🙂
      A presto, e buona fortuna per la tua opera🙂

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