Piacevoli conversazioni in terre padane, capitolo terzo

…ma che cos’è???

Sin da piccina, la fanciulla aveva sviluppato un’avversione per quelle povere donne costrette dal destino a esercitare la professione di acconciatrici, o più volgarmente, parrucchiere. In realtà, la sua avversione nasceva dalla profonda pena che provava per quelle persone costrette a sorbirsi i minimi, insignificanti dettagli delle altrui vite per quelle otto lunghissime, interminabili ore di lavoro, se non di più.
Dunque, la fanciulla si recava in quei luoghi di perdizione e desolazione solo quando la sua folta chioma dorata implorava pietà. In quelle temute occasioni, elle si armava di pazienza e spirito di sacrificio, e varcava sospirando la porta del nefasto negozio.
Nel freddo giorno di cui stiamo raccontando l’avventura, era scesa la prima neve della stagione, e quell’argomento tenne occupate le gentil dame presenti nel nefasto negozio. Poi, la conversazione generale, ahimé, deviò sugli usi e i costumi della gioventù moderna, di cui la fanciulla era l’unico esemplare presente.
“I giovani di oggi, mica sono quelli dei miei tempi eh, oggi pensano tutti a divertirsi, e chi lavora più???”
“Ma teee, ti ricordi di quando eravamo ragazzine e andavamo a raccogliere la verdura nell’orto, e cantavamo quelle belle canzoni nel coro della gesa…”
“Io, a quindas an, avevo un moroso che mi veniva a salutare sul cancello di casa ogni sera, ma guai a farlo salire, cos’avrebbe detto il mio povero papà…”
“C’hai ragione, e invece i giovani oggi, uhhh!! Ne ho visti due, l’altro giorno… Lui, con dei capelli luuunghi, ma sua madre non gli dice niente? E lei, con una gonnellina corta corta, che vergogna… E cosa facevano, uhhhh!”
“E l’altra sera, pensa te, il figlio della mia vicina, che poi è anche la figlia della sorella della cognata di [..quivi la fanciulla chiede venia, ma non ricorda gli essenziali dettagli del grado di parentela della suddetta vicina..], quel ragazzo lì, e la sua morosina, erano nascosti dietro la pianta di casa mia, e si baciavano in un modo, ma in un modo! Io volevo chiamare la polizia, ma il mio marito diceva di lasciar fare, che sono ragazzi… ma teeeee!!!”
“E poi sempre con quei cosi, sempre dietro a fare ti tin, ti tin, e manco sanno più parlare il buon lumbard, questi ragazzi, non lo sanno più…”
E mentre la fanciulla si avvicina pericolosamente al limite della sopportazione, una di quelle poverette condannate al triste lavoro di acconciatrice, o più volgarmente, parrucchiera, dopo aver presentato il conto a una delle sovra descritte clienti, avanzò una cortese domanda.
“Signora, quale omaggio preferisce, come regalo di Natale? Abbiamo una lacca, una borsa per la spesa, oppure una crema per le mani…”
E una di quelle purissime, moralissime, castissime clienti si destò.
“Crema vaginale?”.

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18 pensieri su “Piacevoli conversazioni in terre padane, capitolo terzo

  1. Pingback: Piacevoli conversazioni in terre padane, capitolo terzo « Andre Lenoge

  2. Discendo da due generazioni di parrucchiere, e in negozio ci sono cresciuta: è un posto incredibile, dove incontri ogni genere d’esemplare umano. Ci sono le bigotte, le qualunquiste, le pettegole, le ribelli, le comiche. La gente intelligente, come in ogni ambito, è più difficile da incontrare.
    Però, come tu dici, a volte è dura per chi ci lavora. Oltre alla fatica fisica, bisogna sempre fare conversazione con tutti, anche con gente lontana anni luce, e ovviamente cercare di arginare le pettegole. A volte qualche cliente arriva negli orari meno frequentati perché si vuole sfogare, o cerca un consiglio: è incredibile quante scambiano la parrucchiera per il proprio psicologo. E gli aneddoti, le storie che si sentono raccontare in anni di lavoro? Ci si potrebbe scrivere un libro🙂

  3. Quando ero piccola avevo i capelli lunghissimi, come adesso. Cosicché quando si giocava “alla parrucchiera” erano sempre le altre bambine a pettinare me. Ho sempre sognato di fare la parrucchiera anch’io, anche se non ho mai capito perchè la maggior parte delle parrucchiere hanno i capelli corti e rovinati. Anzi, un idea ce l’ho. Infatti non ci vado quasi mai. Le poche volte, vado in un salone molto grande, dove non si fanno pettegolezzi ma in compenso ti fanno sborsare 80 euro “a botta”. Detto ciò, il nesso “parrucchiera” e “terra padana” mi ha riportato pure alla mente il discutibile film “metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica”. Insomma, un post stimolante. Per la cronaca, come omaggio ho scelto il meno compromettente “trattamento mani”…

  4. a me non è sembrato pesante da leggere e mi è piaciuto, anche se non sono lombarda. Anzi forse perché non sono lombarda, tiè! Comunque la cosa più divertente è che avrebbe potuto essere esattamente ambientato nei primi anni sessanta. Stesse identiche parole. Poveri noi!

  5. è BELLO LEGGERE TORNANDO INDIETRO NEL TEMPO IN FATTO DI LINGUAGGIO… NON SO MA AL LUMBARD DA UN TONO MENO “SECCO” ops scusa la maiuscola….. e poi è divertentissimo … vedrem che accadrà… Ciao Cate!! :o)

  6. Ironica e raffinata! (:
    Veramente un bello spaccato di vita quotidiana. Adoro quegli scrittori che sono in grado di descrivere una situazione comune a chiunque, ma attraverso un diverso punto di vista, con un accento particolare, rendendola speciale e degna di nota.
    Complimenti da un’altra padana (ma emiliana!)
    Laura

    PS: Grazie per seguirmi sul blog. Mi fa un immenso piacere!

  7. ahahhahahah ed io che credevo che questa tortura foss regalata soltanto nei paesini del sud e invece queste moralissime signore sono diffuse anche nel ‘modernissimo’ nord..poveri noi.. il pregiudizio è la più tremenda delle malattie..
    Ps ho apprezzato la scelta linguistica, forse un pò troppo marcata nell’introduzione, ma sicuramente esaltava maggiormente il contrasto con le materie trattate dalle signore e creava nel lettore (in questo caso io) il disgusto per una tale ristrettezza mentale e carestia di contenuti.

    • Quello stile un po’ aulico, un po’ troppo raffinato, l’ho scelto perché mi divertiva l’idea di descrivere il quotidiano in modo regale, aristocratico.. È pesante da leggere, mi hanno detto, ma é divertentissimo da scrivere; e questo per me è un gioco, un tecnicismo. Ma cercherò di stare leggera, promesso😉

  8. mah, sono perplesso sul registro narrativo utilizzato. Mi rendo conto che è una scelta strategica precisa che la voce narrante usi termini e toni “ottocenteschi”, ma il risultato mi sembra troppo stridente con la materia trattata. Avrei preferito un linguaggio altrettanto ironico ma più spigliato. ml

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